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Noi Don Giorgio lo ricordiamo così

A distanza di qualche giorno dalla sua nascita in cielo, abbiamo voluto raccogliere la testimonianza di due parrocchiani: noi don Giorgio lo ricordiamo così…

 Non c’è niente da fare: a quel confessionale spento non ci abitueremo mai.

confessionaleDon Giorgio è stato un sacerdote di quelli che non guardano mai l’orologio, che confessano anche quando è tempo di andare a cena e che si danno in pasto ogni giorno, silenziosamente. Durante il periodo delle benedizioni delle case lo incontravi per le scale del palazzo o per le strade del quartiere ad orari improbabili.

Rientrava, il passo lento e costante, la borsa a tracolla e la faccia stanca.

Dodici anni fa, quando arrivò a Santa Francesca Romana, mi disse che sarebbe rimasto a Roma fino alla fine dei suoi giorni. E così è stato. Promessa mantenuta.

Se ne è andato così come era arrivato, in punta di piedi.

Ha confessato un intero quartiere. Ha ascoltato e conosciuto le difficoltà, le paure, le ansie di migliaia di parrocchiani. E quando dico migliaia non esagero. 

Quando ti confessavi con lui non c’erano orari. Sapevi quando entravi, ma mai quando uscivi: non era una formalità o un adempimento burocratico. Non faceva sconti, non annacquava il vino, non banalizzava il male, eppure ti faceva sempre sentire accolto, compreso, capito.

Un santino, un foglietto, un’immagine con una preghierina o un passo del Vangelo, non mancavano mai in quello che era il suo regno. Con il caldo dell’estate o con il freddo dell’inverno, con il ventilatore estivo o quello invernale, lui stava lì. Ascoltava.

E ascoltando pregava. Si consumava abbracciando il nostro dolore.

Don Giorgio amava il suo servizio. Ricordo che appena arrivato nella nostra parrocchia si prese il gravoso compito di portare la comunione ai malati. Uno si immagina che, di tanto in tanto, la mattina portasse l’Ecurarestia a chi non poteva più venire alla Messa.

No, lui ha trasformato questo servizio in un capolavoro. Subito ha organizzato il tutto creando ex novo un archivio, schedando nome, cognome, indirizzo, composizione familiare, tipologia di malattia, singole esigenze delle persone per cercare di incontrarle ciclicamente. Per un periodo anche io ho fatto parte della sua “squadra” di ministri straordinari della comunione e vi posso assicurare che conosceva letteralmente vita, morte e miracoli di quanti, allettati o anziani, del nostro quartiere avevano e hanno fame di Gesù.

E in questo capillare dono di sè, quante conversioni, quanti morte sante, quanti figli, mariti, nipoti si sono riavvicinati a Gesù attraverso questo sacerdote armeno-argentino. 

Potrei continuare a lungo… potrei ricordare il suo amore per Sant’Agostino, le sua frasi in un latino spagnoleggiante che faticavi a comprendere del tutto, ma che parlavano alla tua essenza.

Mi ripeteva sempre: “Age, quod agis!” che vuoi dire “fai bene quello che stai facendo”. Me la diceva quando, appena sposato, gli raccontavo le mie preoccupazioni per il futuro. La nascita del primo figlio, poi del secondo… il terzo… il quarto… il mio servizio come assessore. Ricordo quel giorno: “Don Giorgio che faccio accetto o non accetto? Che succederà poi della mia vita?”. “Certo! Age quod agis”. Fai bene quello che il Signore ti sta facendo fare. Nulla di più vero, semplice e concreto.

L’unico modo per trasformare una vita in un’opera d’arte. Come la sua. Perché solitamente un vice parroco o un collaboratore parrocchiale passano come meteore. Studiano, si formano, diventano parroci e restano un bel ricordo. Don Giorgio no. Lui è rimasto. È stato una roccia. Una certezza. Ha dato la vita letteralmente per noi. Fino all’ultimo.

Non c’è niente da fare: a quel confessionale spento non ci abitueremo mai.

Gigi de Palo

Ad una settimana dalla scomparsa di Don Giorgio è impossibile non lasciare traccia della bellezza e delle tante emozioni che si sono susseguite in questi giorni e che continuano a susseguirsi, a partire dalla notizia della morte, venerdì 17: una notizia di quelle che ti levano il fiato e ti fanno desiderare di accorrere sul luogo come se fosse venuto a mancare un parente.

La salma è stata esposta dal sabato, nel salone della casa parrocchiale, nella sua casa, insieme ai confratelli. Il volto sereno e il corpo magro di Don Giorgio che da tempo lo contraddistingueva non hanno mancato di esprimerne l’eleganza e compostezza, racchiuse in una bara che, malgrado fosse così piccola, poteva contenere un uomo così grande.

La casa canonica è rimasta aperta e a disposizione di chiunque, proprio come era Don Giorgio con le persone: senza limiti di tempo e spazio e pronto a servire il Signore nel dono dell’ascolto di quanti aveva di fronte.

Tante persone, di tutte le età, sono accorse in visita per potergli dare un ultimo saluto. Tante altre ancora, non potendolo salutare di persona, lo hanno ricordato e hanno pregato per lui.

Così si sono susseguiti con naturalezza rosari e momenti di preghiera, organizzati e spontanei, per ringraziare e benedire per la sua presenza nella nostra comunità parrocchiale.

Anche durante il momento della veglia di lunedì, svolta in maniera semplice e ordinata, non sarebbe bastato il tempo di un’intera giornata per dare spazio alle testimonianze: tutte le persone presenti e quelle che si sono succedute in questi giorni avevano ed hanno un motivo per cui ringraziare.

L’espressione più piena del senso di gratitudine è stato il riferimento alla perdita di Don Giorgio come alla perdita di un padre. Ecco, la paternità di Giorgio è riferibile alla comunità intera che oggi lo piange proprio come se avesse perso un affetto di famiglia. Ancora, la definizione di lui come uomo di fede, capace non solo di testimoniare la bellezza di Cristo ma anche di farla accrescere nei fedeli, ci ha fatti commuovere e ricordare la tenerezza e l’autorevolezza di cui Don Giorgio era capace.

Nella mattinata dei funerali di martedì, nonostante la giornata feriale, la chiesa era colma di un’assemblea multiforme, composta e coinvolta, circondata da un’atmosfera solenne, sobria e carica di umanità.

La presenza liturgica armena, regalo di Dio e manifestazione della bellezza della chiesa in tutte le sue forme, è stato il segno visibile di un’identità che profondamente contraddistingueva Don Giorgio e che non ha mancato di conferire alla celebrazione un significato di solennità e di apertura.

Simbolo della preziosità del momento e del legame con Don Giorgio è stata la concelebrazione di quattordici sacerdoti, tra cui due vescovi. La presenza della persona di Don Giorgio, contenuta in una bara così essenziale e piena di dignità, sembrava un monito alla sobrietà, quasi a ricordare che per la risurrezione non sono necessari abbellimenti terreni e che, come ci avrebbe ricordato lui, tutto è grazia.

Le lacrime si sono alternate nella preghiera, nella contemplazione e nell’ascolto: ascolto delle letture, così appropriate, dell’omelia di Don Carmine, piena di affetto, già nostalgica e accurata nelle sue parole, dei canti, eseguiti a cori uniti e arricchiti della presenza armena.

Infine, il canto del Benedicat (ovvero, la Benedizione di frate Leone), cantato dal coro singhiozzando e versando lacrime, ha accompagnato il feretro mentre usciva tra gli applausi. Così la comunità ha salutato Don Giorgio, circondandolo e aspettando che partisse.

La stima, l’affetto, la commozione, la nostalgia, la gratitudine si palpavano nell’aria di quel venerdì e durante tutti i momenti di questa settimana.

Don Giorgio ha curato personalmente le anime, visitandole, prendendosene cura, facendosene carico.

Ha corretto, ha accolto ed ha amato nel profondo le persone che ha incontrato sulla sua strada. Era capace di un ascolto vero, anche ricco di silenzi, che guardava al cuore dell’uomo e si lasciava guidare dallo Spirito nell’esprimere opinioni, consigli, correzioni.

Per noi tutti è stato e rimarrà testimone di misericordia e grande uomo di Dio.

La nostra comunità ha perso qui sulla terra una colonna umana e spirituale che prega per noi dal cielo. Ci mancherà tanto e profondamente – come dice il parroco, anche fisicamente – la presenza discreta e fondamentale di don Giorgio. Preghiamo per lui, ringraziando e benedicendo il Signore per il dono meraviglioso, non quantificabile, che ci ha fatto in questi anni.

Stefania Donelli

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